Marieke. La campionessa paralimpica

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L’atleta già campionessa mondiale di Paratriathlon si era dedicata all’atletica leggera con l’aggravarsi della sua rara malattia neurodegenerativa muscolare che le aveva paralizzato le gambe e la colpiva con dolori indicibili.
La scelta di Marieke è nata tanto tempo fa. Ci pensava da anni. Ne sono passati più di dieci quando firmò i documenti: «Volevo essere pronta». Non sarebbe accaduto subito, ma sapeva che il percorso sarebbe finito lì. Il momento era arrivato: «Non voglio più soffrire». Ormai dormiva dieci minuti a notte. Le terapie del dolore non funzionavano. Non riusciva a muoversi dalle spalle in giù. Le sue condizioni erano peggiorate. Riprese quei fogli e presentò la domanda per l’eutanasia.
Marieke Vervoort, campionessa paralimpica, medaglie e vittorie sulle piste del mondo, è morta così, scegliendo momento e luogo, a Diest, nelle Fiandre, dove viveva, a 40 anni. Accanto a lei le persone care e Zenn, il suo labrador che le raccoglieva vestiti e l’avvertiva quando stava arrivando una crisi epilettica.
Marieke amava la vita. Era adolescente e passava da un medico all’altro: «Non sapevano cosa avessi e mi davano cattive notizie». Lo scoprirono quando stava avvicinandosi ai vent’anni: una malattia muscolare degenerativa con dolori continui, paralisi alle gambe, convulsioni. La causa è una rara deformità tra la sua quinta e la sesta vertebra cervicale. Tutto era cominciato dal tallone. Negli anni il suo corpo riusciva a muoversi sempre meno. I medici le consigliarono di evitare lo sport. «Ma io non potevo smettere di fare sport. Era quello che mi permetteva di vivere». Cominciò quello paralimpico: basket in carrozzina, nuoto, vela. Si mise a far triathlon: nuoto, handbike, corse in carrozzina. Divenne campionessa mondiale nel 2006. «Volevo spingermi oltre». Passò a quello estremo, l’Ironman, woman nel suo caso: 3,8 km nel mare, 180 spingendo con le braccia l’handibike e una maratona in carrozzina per finire. L’anno dopo il titolo mondiale concluse quello leggendario di Kona, alle Hawaii.

La malattia andava avanti. Il corpo rispondeva sempre meno. Così cominciò con l’atletica in carrozzina. Vinse l’oro sui 100 metri alla Paralimpiade di Londra 2012 condito da un argento sui 200, fu tre volte campionessa mondiale nelle gare veloci nel 2015, chiuse con un argento nei 400 e un bronzo sui 100 a Rio 2016. Prendeva morfina prima delle gare. «Lo sport mi teneva in vita. E avevo ancora tante cose da fare: provare il volo acrobatico e il paracadutismo, volare su un jet F16, aprire un museo, competere in una gara di rally». Non si fermava mai. Finché il corpo glielo ha permesso. L’ultimo periodo è stato straziante: «Il dolore, così forte. Piango molto. E gli spasmi. È finita». Sorrisi e lacrime. «Devi vivere giorno per giorno e goderti i piccoli momenti. Non sai cosa ti propone la vita». Buddista, da sempre sosteneva l’eutanasia, permessa in Belgio dal 2002: «Se non avessi firmato quei documenti e saputo di poter scegliere quando, sarei morta prima».

Al suo decesso ha voluto che fossero liberate farfalle bianche da una scatola rossa. Voleva essere ricordata come una donna che «rideva e sorrideva, sempre». A settembre aveva esaudito il suo ultimo desiderio guidando una Lamborghini sul circuito di Zolder: «Sono stata in grado di realizzare molti sogni». E l’ultima foto postata su Instagram era un suo primo piano mentre spingeva la carrozzina durante una gara: «Non si possono cancellare i bei ricordi!».

di Claudio Arrigoni